Invito alla lettura

    Prosegue la carriera di divulgatore ad alto livello del professore Antonio Ereditato, che, con ‘Un breve viaggio chiamato Terra’. Come è iniziata la nostra vita e in quali modi potrà finire (editore Il Saggiatore) conferma la poliedricità già mostrata nei precedenti scritti, realizzati spesso in collaborazione con Edoardo Boncinelli. Anche in questo caso, l’obiettivo è centrato in pieno, grazie a una scrittura piana e comprensibile e a un ritmo alto in ogni capitolo, a tratti addirittura incalzante. Ereditato, scienziato a tutto tondo, riesce a comunicare  senza il ricorso a formule o a linguaggi iniziatici, ma, alla maniera di Galileo, ci fa leggere il libro della natura grazie ai numeri. Per il fisico napoletano questi ultimi sono infatti alla base di ogni ragionamento, e diventano appoggio sicuro di teorie e speculazioni,  esposte nel libro a distanza di sicurezza da astrattismi o autoreferenzialità. I numeri, si dice, sono testardi, e, forse anche per questo, l’autore indugia spesso sulle verità, a volte scomode, che essi disvelano riguardo all’emergenza climatica, consegnandoci un’opera oggettivamente pessimista, nonostante una percepibile volontà di segno opposto. Non sembra, quindi, casuale, l’introduzione fantacatastrofista,  né il continuo indugiare sulla ‘fatale inadeguatezza’ delle classi dirigenti contemporanee. Per il professore Ereditato l’emergenza climatica è un problema da prendere estremamente sul serio e da considerare scientificamente acclarato. Una tesi prevalente, ma non unanime nella comunità dei suoi colleghi di varie branche del sapere.
    Proprio nella ‘contaminazione’ tra diverse discipline si evidenzia, comunque, uno dei punti di forza più evidenti dell’opera. Non stupisce, quindi, l’acume sociologico mostrato dall’autore nell’analisi  di un nuovo, caricaturale umanesimo, abbracciato dalle masse, né la puntigliosa precisione del racconto storico-antropologico relativo alle lunghe fasi della vita sulla Terra. Tanto meno sorprende la padronanza tecnica nel ‘maneggiare’ la geologia, con i suoi cataclismi, e la biologia  evoluzionistica (della quale scopriamo in Ereditato un appassionato cultore), con tutte le sue propaggini, fino alla ricerca medica contemporanea. Discipline e tematiche ‘possedute’ dall’autore per il continuo ricorso al dubbio metodologico, alla base di qualsiasi percorso autenticamente scientifico. La casa madre rimane, tuttavia, l’astrofisica, raccontata da Ereditato con doti da incantatore, grazie a fascinosi viaggi nel tempo e nello spazio, o, meglio, ai confini dello spazio-tempo, suffragati da ferree impalcature matematiche (ancora numeri), in grado di legittimare i salti in avanti di una fantasia da grande cineasta, ma sempre controllata, e accompagnata da ‘puntuali proiezioni statistiche’, garanzia di un piacere ‘adulto’ anche per il lettore meno incline al genere. Una narrazione che coinvolge ancora di più quando si collega direttamente alla storia dell’uomo, come nel vivido racconto relativo agli astronomi cinesi medievali, ignari scopritori dell’esplosione di una supernova e della nascente nebulosa del Granchio.
    A fine lettura, saturi di meravigliosa angoscia, ci si sente molto più consapevoli di un problema di cui tutti parlano, ma che pochi spiegano. Antonio Ereditato, anche in questa fase della sua carriera, rimane, per fortuna, un eccellente professore, capace di salire in cattedra e confrontarsi  autorevolmente con la platea più ampia ed eterogenea della sua vita. Fidiamoci, quindi, dei suoi moniti sull’ineluttabilità di un’inversione di marcia retoricamente annunziata e mai avviata da quasi tutti i governanti del mondo. Fidiamoci del suo appello ad ogni ‘sapiens’ per un’azione congiunta e coordinata in difesa della nostra casa comune. Fidiamoci, infine, dell’urgenza di questa svolta. Il tempo a disposizione, ci spiega con chiarezza l’autore, è decisamente a portata di uomo.
    Per i cataclismi geologici e climatici ‘strutturali’ o per gli innumerevoli disastri cosmici annunziati, sia pure su archi temporali più ‘rassicuranti’, o per la fine stessa della Terra, inevitabile tra qualche miliardo di anni, non ci resta, invece, che seguire ancora il laico Ereditato, con i suoi consigli e le sue speranze, ma al tempo stesso, ‘tradirlo’, guardando il cosmo alla ricerca d’altro.
    Come dire: ‘‘aiutati, che Dio ti aiuta’’. In fondo, numeri alla mano, almeno una possibilità statistica può essere concessa anche alla sfera del trascendente.

     

    Ettore Zecchino

    La ragionata proposta di una nuova interpretazione ‘culturale’ della meccanica quantistica e, al tempo stesso, un suggestivo ‘ingresso’ alternativo in un mondo fantastico, ma spesso inaccessibile, offerto al lettore non specialistico, attraverso un’ampia rilettura del concetto di ambiguità. Si muove su un doppio registro, rivolgendosi ora allo scienziato, ora all’umanista, ‘Odi et Amo. Dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico’, del fisico Giuseppe Caglioti (editore Mimesis). Il volume, frutto della indispensabile collaborazione ‘grafica’ dell’architetto Luigi Cocchiarella, e dell’acume filosofico di Tatiana Tchouvileva, si avvale di una prefazione di Giorgio Benedek, collega a amico ultra-cinquantennale dell’autore, e di una postfazione del neuro-psichiatra Vittorino Andreoli. Tanti cervelli in connessione, è il caso di dire, per un’opera che, innegabilmente legata a un registro almeno parzialmente divulgativo, ha comunque fondatissime pretese di valenza sistemica. Dalla rivalutazione dell’ambiguità che, sottratta alla sua tradizionale interpretazione negativa, diventa la pietra angolare di un nuovo edificio in costruzione, l’intero mondo del sapere riceve un sussulto, come sempre più chiaramente appare, pagina dopo pagina. Secondo il professore Caglioti, la meccanica quantistica ha definitivamente cancellato l’antico dogma aristotelico-scolastico del ‘tertium non datur’, e si è servita, in quest’operazione, dell’ambiguità, elevata a concetto base del nuovo corso fisico, ma concepita, al tempo stesso, come una ‘virtù’ intrinseca dell’umano. D’altra parte, ci ricorda Caglioti, citando Richard Feynman, la natura non è 'classica', e una sua corretta, sia pur difficilissima interpretazione, non può che essere quantistica.
    All’ambiguità si guarda nel testo come a uno stato di natura imprescindibile per la realizzazione del bello, caratterizzato dall’incontro-scontro tra simmetria e ordine. L’autore sposa, anzi, in pieno, un antico proverbio zen, secondo il quale ‘’la vera bellezza è una deliberata, parziale rottura della simmetria’’. Una certa riduzione della simmetria diventa, in particolare, la vera essenza dell’arte, che ‘scientificamente’ crea bellezza. ‘’Scientia reddit opus pulchrum’’, scriveva Bonaventura da Bagnoregio, non a caso citato da Giorgio Benedek nella prefazione all’opera, per avvalorare la sua tesi di una intrinseca connessione tra conoscenza ed emozione estetica. Come dire, tra arte e scienza. E, infatti, la ritroviamo nella grande letteratura (a partire dal celeberrimo verso catulliano che regala il titolo al libro), ma anche nella musica, forse l’arte più quantica (in ogni caso la preferita di molti grandi fisici, Einstein in testa), fino alla politica, che praticamente vive di ambiguità. Senza dimenticare l’umorismo, fondato su di essa. Un discorso a parte riguarda le arti figurative, qui esemplificate in tanti capolavori pittorici, scultorei e architettonici, ma anche fotografici. In particolare, è da alcuni lavori di optical art del maestro Franco Grignani che è partita questa complessa riflessione sull’ambiguità, in grado di portare Caglioti, dopo una sofferta folgorazione stendhaliana nel lontano 1975, a elaborare, nei decenni, un vero e proprio sistema mental-quantistico, oggi offerto a tutti noi.
    Un libro, quindi, a tratti letterario e filosofico, sicuramente profondamente ‘grafico’, letteralmente invaso da innumerevoli immagini astratte e ‘cinetiche’ (quelle dell’ammiratissimo Franco Grignani, ma anche grandi classici come il cubo di Necker e i vaso-profili di Edgar Rubin, fino alla geometria dei frattali nel broccolo romano) utilizzate come supporto di una stringente visione quantistica, che fa smarrire il lettore meno consapevole, tra illusioni ottiche e salti logici, entanglement e tunneling, indeterminatezze e sovrapposizioni, varianti ed equazioni, onde e particelle, e tutti i paradossi di questa nuova fisica (incluso quello del famoso gatto di Schrodinger). La novità, tra le tante proposte, è tuttavia, l’estensione di queste ‘regole’ al nostro cervello, o, se si vuole, più spiritualmente, alla nostra mente, incapace di sfuggire al dominio dell’ambiguità. Una prospettiva, questa, interpretata come un grande passo in avanti da Andreoli, che, pur mettendo in guardia sull’attuale impermeabilità del ‘mistero’ coscienza, ammette di ‘’intravvedere una via per rendere un poco meno sconosciuta la mente’’.

    Dio, quindi, potrebbe anche giocare a dadi, ma con l’universo della menta umana.

    Ettore Zecchino

    Un titolo in parte fuorviante per un piccolo libro di qualità. ‘Storie di vaccini. Dal vaiolo al coronavirus. Tra sfide e successi’ (editore La Bussola) non è certamente un trattato storico sui vaccini e nemmeno una disamina di successi nel senso ‘immediato’ del termine. Si tratta, invece, ben più originalmente, di un agile mix biografico, scientifico, e ‘lateralmente’ storico, incentrato su un’avventura ultradecennale, vissuta in primissima persona dal professore Gennaro Ciliberto, attuale Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Regina Elena’ di Roma. Un’avventura con la maiuscola, quella dell’IRBM (Istituto di Ricerche di Biologia Molecolare) Angeletti di Pomezia, nato nel 1990 come una joint venture tra la multinazionale statunitense Merck Sharp and Dohme e l’italiana Sigma-tau,  e diretto del professore napoletano Riccardo Cortese, maestro e mentore di Ciliberto, dedicatario del libro. Una struttura passata di mano e trasformata, un ventennio dopo, in IRBM Science Park. Da essa, per la genialità di Riccardo Cortese è poi nata Okairos, e, successivamente, ReiThera e Takis. E di queste eccellenze biotecnologiche l’autore ricorda anche il momento del concepimento, soffermandosi sui nomi prescelti e sulle loro etimologie. Insomma,  una breve storia, da ‘insider’, di una valle dei vaccini italiana, emersa dall’oblio e valorizzata nei suoi successi e nelle sue battute d’arresto.
     Un racconto autobiografico, come si evince dalla ricca e gustosa aneddotica, relativa soprattutto al maestro ‘padre da scalare’ Riccardo Cortese. Ma anche dai ricordi figurativi, che ci immergono in sale presidiate da ritratti dei grandi immunologi dei secoli scorsi. Su tutti, Edward Jenner, capace di debellare il temutissimo vaiolo, e venerato da Cortese, entusiasta distributore di artistici fermacarte con effigiato, su piccole lastre di bronzo, il suo ‘mito’ nell’atto di vaccinare un riottoso bambino.  Senza dimenticare altri mostri sacri, come i vari Pasteur, Kock, Salk, Sabin. Dalle notevoli collezioni di arte contemporanea (erano gli anni di Claudio Cavazza e dell’industria farmaceutica paladina delle ‘Due Culture’), fino alle stesse architetture di stampo anglosassone di un parco scientifico in piena espansione.
    Un tratto emergente anche da un approccio ‘laico’ alla ricerca, che il maestro Cortese faceva perfettamente convivere con uno spiccato talento manageriale e in prima persona imprenditoriale. Una parentesi, questa pontina (belle anche le brevi digressioni storico-geografiche sui luoghi), che ha immesso l’Italia in un circuito veramente internazionale e, quel che più conta, in posizioni di avanguardia. Ecco, quindi, a poco a poco, emergere il ruolo cruciale, anticipato sin nelle prime pagine, della ricerca immunologica nazionale, capace di gettare le basi per la creazione di innovativi e performanti vaccini (basti pensare a quello contro l’ebola). E, venendo all’attualità pandemica, all’elaborazione e al perfezionamento di tecniche alla base sia dei vaccini con vettore adenovirale non umano, con la diretta partecipazione al progetto Astrazeneca, sia di quelli a mRNA, in parte letteralmente made in Italy, se si pensa che il vaccino di Moderna è stato ‘disegnato’ dal siciliano Andrea Carfì, a sua volta attivo per anni a Pomezia. Successi questi, a volte lineari, più spesso conseguenze di insuccessi parziali o di intuizioni partorite in altri ambiti. E così tocchiamo con mano i collegamenti diretti tra le persistenti difficoltà della ricerca immunologica in campi ancora in parte minati come Aids e cancro, e la performante applicazione di alcune di queste stesse ricerche in ambito infettivologico e virologico. Un vero e proprio inno alla vaccinologia come branca decisiva per garantire la salute umana in svariati ambiti, ma anche alla circolarità della ricerca e alla necessità di un suo continuo finanziamento. La scienza bio-medica torna, quindi, a mostrare la sua dimensione olistica, assestando, finalmente, un discreto colpo a una sua interpretazione  ultra-specialistica.
    Dal libro di Ciliberto, pur carico di vitale ottimismo e di resilienza contro le spesso prevedibili difficoltà italiche, non possono non emergere perplessità e in qualche caso, veri e propri scoramenti, per una politica della ricerca singhiozzante e ingenerosa in un settore che pochi decenni fa annoverava il nostro Paese tra le super-potenze mondiali.
    Il super-vaccino italiano, capace di mettere insieme le competenze sui vettori adenovirali di ReiThera, e sul DNA di Takis, in qualche modo evocato da Ciliberto, si è purtroppo rivelato, per ora, solo un sogno. Eppure, il decano dei farmacologi italiani, Sivio Garattini, ha evocato e continua ad invocare un vaccino ‘nazionale’, garantendo l’esistenza di tecnologie e know-how per realizzarlo.

    La ricerca, sembra dirci Gennaro Ciliberto, non si fermerà mai, almeno fino a quando esisteranno squadre di ricercatori motivati, come quella messa su dal defunto Riccardo Cortese. Il timore è che non tutti i ricercatori italiani siano intenzionati, o semplicemente siano nelle condizioni, di dimorare nel proprio Paese, come caparbiamente e meritoriamente ha fatto lo stesso Ciliberto.
    Dopo tutto, si sa, la scienza non ha confini, ma i ricercatori hanno comunque una carta d’identità.

     

    Ettore Zecchino

    Avvincente rivisitazione dell’’Odissea’ omerica, ‘Ulisse’ (L’Ultimo degli eroi) di Giulio Guidorizzi (editore Einaudi), ci offre un punto di vista ‘femminile’ sul grande vincitore di Troia. Se, infatti, protagonista indiscusso del libro rimane il mitico Odisseo, la sua figura viene raccontata, meglio sarebbe dire esaminata, attraverso i pensieri e le parole delle donne da lui sedotte nel corso del suo lungo e straordinario viaggio di ritorno verso la sospirata patria Itaca. Pensieri e parole in larga parte immaginati dall’autore, o, comunque, messi in maggiore evidenza rispetto al poema originale. Ecco, dunque, che il capolavoro omerico, da archetipo assoluto di ogni ‘viaggio’, viene qui rappresentato come fatale itinerario alla ricerca della propria essenza di uomo. Ulisse, infatti, per Guidorizzi è, come ben anticipa il titolo, un eroe che avrà la sua consacrazione definitiva in quanto uomo. L’ultimo essere chiamato ad avere un piede nel mondo mitico dagli eroi, ma forse il primo a meritare fino in fondo l’impegnativa definizione di uomo. Un uomo speciale, forse unico, capace di sedurre donne e dee, ma desideroso di vivere ed affermare fino in fondo la propria umanità. Di qui il convinto rifiuto dell’immortalità offertagli dall’innamorata Calypso. Di qui la sincera esternazione delle proprie emozioni più profonde, a scapito della sua sinistra fama di incallito ingannatore. Ulisse non dissimula sempre, e, come tutti gli eroi omerici non si vergogna di piangere. Il suo non è però il pianto ‘marziale’ di Achille sul corpo di Patroclo, né quello paterno del vecchio re Priamo sul cadavere smembrato e insepolto del figlio maggiore Ettore. Quello di Ulisse è anche un pianto ‘moderno’, spesso malinconico, intriso di nostalgia e malinconia, per episodi ‘concretamente’ tragici, ma anche per l’angosciante consapevolezza di una assoluta, eppure fatalmente attrattiva precarietà esistenziale. Gli dei non sono più i numi capricciosi e dispettosi spettatori di una guerra, come quelli sotto le mura di Troia, ma problematiche proiezioni di desideri pienamente umani. E così, scopriamo una volta di più che la vera ‘amante’ di Odisseo è Circe, che rinuncia alla sua natura di maga, stregata a sua volta dall’unicità di un uomo che non esita ad aprire completamente il proprio cuore a lei. Un uomo, chiamato, tuttavia, a un proprio destino, irreversibilmente altro, non solo in senso amoroso. Lo proveranno, con altrettanta evidenza, le straordinarie esperienze con le ‘Sirene’ incantatrici, in questo libro anche parlanti, in una ‘scena in tutto e per tutto cinematografica’, e con la dea Calypso, sensuale come e più di una donna in carne e ossa, anche se destinata a produrre prolungatissime ‘sospensioni incantate’. O ancora come l’immediata rinuncia a una possibile ‘seconda vita’ accanto a una giovane pura e serena, come la regina Nausicaa, sua salvatrice nella beata isola dei Feaci. Esperienze che l’uomo riesce a vivere intensamente, ma mai fino in fondo, logorato, prima ancora che da un amore da preservare, da un inquietudine di fondo, capace di guidare ogni suo percorso. Probabilmente sarà proprio questa sua caratteristica ad ispirare a Guidorizzi un finale ben più aperto di quello omerico. Un finale che, in realtà, offre a Penelope un meritato ruolo di co-protagonista. Se Circe, più ancora di Calypso, è infatti, la vera amante di Ulisse, e Atena la sua ispiratrice e protettrice (in qualche caso addirittura affettuosa, ma come lo può essere una dea ‘maggiore’ dell’Olimpo), Penelope è la sua compagna di vita. La regina di Itaca acquista nel ‘romanzo’ una dimensione psicologica profondissima e, per certi versi, nuova. La psicoanalisi, si sa, ha tratto grande ispirazione dai miti greci, e la Penelope di Guidorizzi è lontanissima dal modello di donna fedele che attende. La sua, infatti, è un’attesa ‘attiva’. Anche Penelope viaggia continuamente, ma lo fa nei suoi sogni, attraverso le sue pitture, in un mondo interiore complesso ed evoluto. Anche lei, come il marito, esercita fino in fondo la ‘metis’, quella intelligenza duttile, capace di adattarsi alle circostanze, che le consente di ingannare costantemente i proci che la ‘assediano’. La Penelope di Guidorizzi è sicuramente una donna capace di parlare anche alle nostre contemporanee ed è in viaggio come il marito. Proprio come lui vive di inquietudini supplementari e, al suo ritorno sembra consapevole della provvisorietà della gioia riservatale. In qualche modo, Penelope è entrata nella parte di colei che attende.

    Molti secoli dopo qualcuno ha detto che ‘’la vita è quello che accade mentre stai facendo altre cose’’. L’esistenza adulta di Penelope si è sublimata nell’attesa, vero e proprio perno di un suo consapevole ruolo dall’alto spessore tragico. Un ruolo completamente sganciato da quello di un marito verso il quale esprime il massimo della rispettosa fedeltà, ma sempre congiunto a una piena autonomia intellettuale, prima che umana. Situazione, questa, ben evidente già ai tempi della sua ‘volitiva’ scelta del giovane ‘isolano’, tra tanti pretendenti più blasonati, nella Sparta degli anni migliori.
    Forse per questo, Giulio Guidorizzi sembra alludere, nel finale, alla ripresa di un ‘doppio’ viaggio, dai contorni incerti e misteriosi.

    Ettore Zecchino

    Best seller di fine secolo in Francia, ‘Dio e la scienza’ (verso il metarealismo) porta la firma dell’allora ‘giovanissimo novantenne’ Jean Guitton, in ‘dialogo’ con i due gemelli franco-russi Grichka e Igor Bogdanov, all’epoca divulgatori scientifici della televisione transalpina. Il successo del libro, in Italia editato da Bompiani nel 1993, con la prefazione di Giulio Giorello, deve molto a questa formula, ma, forse, in essa incontra anche alcuni dei suoi limiti più evidenti. Notevole appare infatti il dislivello fra i tre e la concordanza di fondo nell’argomentare sembra figlia di una certa soggezione intellettuale dei due fratelli, pur brillantissimi nel ruolo di spalla del protagonista e di straordinari divulgatori del suo pensiero, cui di fatto, spianano scientificamente la via. E forse proprio questo appare come un altro pregio-difetto del libro, a quanto pare successivamente derubricato a volumetto di second’ordine dallo stesso Guitton. L’operazione, insomma, sembra, almeno a distanza di anni, eccellente da un punto di vista editoriale, un po’ meno sul piano cultural-scientifico. A provarlo, forse, è il destino non brillantissimo del ‘metarealismo’ del sottotitolo, immaginato dal grande francese come una sorta di nuovo corso filosofico.
    Il volume, in ogni caso, affronta con coraggiosa determinazione un tema trattato più volte in passato, ma raramente in forma così esclusiva: quello, sempre suggestivo, del rapporto tra scienza e divino, dove la scienza è soprattutto la fisica, che, nelle sue declinazioni quantistiche, è interpretata da Guitton come una sorta di scala verso Dio. Quel Dio per lui già palese nell’impressionante atemporalità dell’istante ignoto che precede la nascita dell’Universo e nella miracolosa improbabilità statistica alla base del fenomeno vita, ma che diventa ancora più esplicito nella natura ‘spirituale’ che non esita ad attribuire alle sempre più evanescenti particelle subatomiche, definite come delle tendenze ad esistere.

    Il punto di arrivo, pur raggiunto attraverso una straordinaria sapienza divulgativa, si colloca al termine di una intensa galoppata nei sentieri ‘fantastici’ della meccanica quantistica e conferma la citazione introduttiva, attribuita a Pasteur, secondo cui ‘’un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a Lui’’. Una fiducia nella scienza, nei suoi linguaggi, nei suoi metodi, rivelatasi assoluta in Guitton, che quasi sempre ragiona e argomenta presupponendo la validità del cammino tracciato da scoperte e studi recenti, anche quando dal contro-intuitivo sembrano giungere all’inverosimile. Tranne, forse, che nella teoria degli universi paralleli, respinta per presunta incongruità logica.
    Jean Guitton si conferma, quindi, un uomo del nostro tempo, con la sua elasticità mentale, e con la sua insopprimibile sete di libera conoscenza. Disposto, per essa, a sbarazzarsi in un sol colpo (ma ovviamente come conseguenza di riflessioni pluridecennali) di grandiosi retaggi filosofici. E così, ecco scomparire ogni divisione possibile tra materia e spirito, trasformati quasi in un indistinto nello straordinario mondo della fisica odierna, dove per Guitton il ruolo di Dio potrebbe essere quello di un osservatore quantistico dell'intero Universo. In fondo, per dirla, con il suo riverito maestro Bergson ‘’l’universo è una macchina che produce degli dei’’.

    L’uomo di fede emerge, quindi, ovunque, e si spinge a piegare alla causa ogni spunto, ogni traccia, incontrati nell’esplorazione scientifica dell’Universo. Come quando sembra quasi esultare nello scorgere nelle particelle elementari gli einsteiniani dadi di Dio, con i quali, tuttavia, è l’uomo a giocare, nella sua spiritualità quantica. O come quando si compiace della natura dell’evento vita, definita ‘’miracolosa’’ da Francis Crick, scopritore del dna. Una visione da contrapporre idealmente alla per lui raggelante emersione del caso, autorevolmente proposta dal biologo Jacques Monod nel suo celebre ‘Le hasard et la necessitè’, richiamato da Giulio Giorello all’inizio della sua prefazione.
    D’altra parte, è proprio il laico Giorello a riconoscere l’onestà intellettuale e la plausibilità della proposta di Guitton, che, pur non esente da inevitabili influssi tomistici, ‘’non vuole costringerci a credere, piuttosto offre un esempio di come la sua fede personale può crescere e ravvivarsi nel confronto con la scienza, senza rassegnarsi all’insignificanza del Mondo e degli uomini’’.

    Insomma, un’opera lodevole e stimolante, solo sopraffatta dalla grandiosità del tema e dei conseguenti obiettivi, tali anche per un gigante come Guitton.
    ‘’Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch’io dico è un semplice lume’’. (Dante - Paradiso XXXIII).

    Forse, ancora oggi, a certe altezze può condurre solo la più sublime tra le opere poetiche!

     

    Ettore Zecchino

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